L'AUTORE:
Davide Girotto

Studente veronese del master di Cà Foscari, in Cultura del Cibo e del Vino per promuovere l’eccellenza Made in Italy.

L'amore per il Valpolicella

Valpolicella, o Valpolexèla in dialetto nostrano, indica sia uno dei vini meglio strutturati presenti sul mercato, che una magnifica zona collinare situata appena fuori, a nord-ovest, delle mura di Verona. Diversi vini compongono l’offerta enologica di questa zona, impossibile non menzionare l’Amarone oppure il Ripasso come anche il Recioto, vini eccezionali che per essere raccontati a regola d’arte, necessiterebbero di un libro ognuno. Qui ci limiteremo ad un piccolo assaggio del vino cardine: Valpolicella Classico, imperatore della tavola veronese.

Prendo ispirazione da un poster che sto guardando. Sono nel salotto di un amico, bevo un bicchiere di vino, ovviamente un valpolicella. L’artista, Milo Manara, ha disegnato una figura femminile, avvolta in grande vestito rosso, la quale sorseggia ammirevolmente un bicchiere di vino rosso, ovviamente un valpolicella d.o.c., come è riportato infatti nella scritta più in alto. La giovane è completamente vestita (chi di voi è avvezzo alle opere dell’artista, capirà il perché della precisazione) e avvolta dalle vigne, e la sua espressione trasmette a mio avviso perfettamente le emozioni che può dare questo vino. Così rifletto, e sorseggio, lasciandomi trasportare sulle colline poco più a nord di qui, immerso in una natura lussureggiante, siamo a giugno e sui lunghi filari di vigne cominciano a vedersi i primi grappoli acerbi e verdi, che in pochi mesi saranno pronti per la vendemmia. Da Pescantina a Sant’Anna d’Alfaedo, da Sant’Ambrogio a Negrar, passando per Fumane, Marano e San Pietro in Cariano, questi i comuni che compongono la zona della Valpolicella. La produzione vinicola del Valpolicella Classico li abbraccia tutti, tranne quello di Sant’Anna d’Alfaedo e Pescantina. Il Valpolicella viene prodotto in molte altre zone intorno a Verona, ma se fuori da questi comuni, perde la denominazione di “classico” e d.o.c. ma può essere denominato semplicemente come Valpolicella o Valpantena. Immaginando questi luoghi, mitigati dalla vicinanza del Lago di Garda, protetti a nord dal Parco Naturale Regionale della Lessinia, che comprende i gruppi montuosi del Pasubio e i monti Lessini, i quali insieme vanno a costituire parte delle piccole Dolomiti. Un piccolo giardino dell’Eden, attraversato dal fiume Adige che permette la crescita di un vino tanto unico quanto meraviglioso. L’amico mio, il proprietario del salotto e del poster, è anche Sommelier. Le coincidenze alle volte. Così mi dà una piccola spiegazione da “addetti ai lavori” che vi riporto pari pari: Il valpolicella classico giovane, come questo che stiamo bevendo, ha colore e aroma che ricorda la ciliegia, un’acidità vivace è nota dolce nel finale. L’uva autoctona più usata per produrre il valpolicella è la corvina che conferisce il colore, corpo e aromi tipici del valpolicella. Possiamo trovare, anche se in piccole percentuali, la rondinella, uva abbastanza neutra, la Molinara, se si vuole dare un tono aspro ed infine l’oseleta o corvinone che lasciano al vino molta struttura e tannini (per quello usate in piccolissime percentuali). La tradizione veronese ha portato alla produzione di quattro varianti partendo dal valpolicella base: Valpolicella superiore; che deve aver fatto almeno dodici mesi di affinamento in botte. Valpolicella superiore ripasso; due fermentazioni, la seconda viene fatta a contatto con le vinacce dell’Amarone, dopodiché un ulteriore affinamento di dodici mesi. Amarone; per il quale viene eseguita una vendemmia tardiva e un appassimento dell’uva che dura almeno centoventi giorni, dopo la fermentazione iniziano i due anni obbligatori di affinamento. Ed infine il Recioto della valpolicella che è la versione dolce.

Ci godiamo così il pomeriggio, tra chiacchere e qualche bicchiere di buon vino. Volendo anche mangiare qualcosa, questo prodotto trova un abbinamento perfetto con molti piatti della tradizione veronese, ad esempio, con un abbondante cabaret di bolliti in abbinata alla tipica salsa Pearà. Oppure gustato con qualche cicchetto, salumi come la Sopressa, anch’essa tipica di questa zona. Ma la cosa importante da fare, quando si beve un vino, è sempre lasciarsi trasportare dai suoi sapori e profumi, immaginare i luoghi che gli hanno dato la vita e godersi un viaggio sensoriale senza eguali.